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Numero Zero - Farmaco e Pharmakos
La parola e i suoi significati
Quella che oggi è intesa in un unico modo, un tempo aveva più significati e poteva intendere più cose. Questo è un curioso viaggio alla (ri)scoperta di quei significati.

Buongiorno a tutti, state per leggere il numero zero, il primo articolo pubblicato dallo staff di Farmacia33®.
Come premessa iniziale, è doveroso puntualizzare che nulla di quello che segue ha valore scientifico, né accademico, né è finalizzato a fornire consigli medici.
Quello che segue non è null’altro se non una piccola storia etimologica della parola farmaco, dei suoi utilizzi e di quello che significava in origine.
Buona lettura, siamo lieti che stiate leggendo.

Quando, nel decimo libro dell’Odissea, Ulisse giunge insieme al suo equipaggio al cospetto della maga Circe, quest’ultima, con l’inganno, trasforma i compagni dell’eroe in animali. Durante il banchetto, si legge nell’opera, gli uomini iniziano a trasformarsi in maiali, leoni, cani a seconda della natura del loro carattere.
A seconda delle traduzioni, si può leggere che la maga ha usato una pozione o un veleno. Quella che, però, si legge nella versione originale, nel testo in greco antico, è la parola pharmakos (φαρμακός).
Ricordo che, mentre studiavo quest’opera – ma anche molte altre della letteratura greca antica – spesso facevo fatica ad identificare i vari significati che la parola pharmakos assumeva: poteva essere un rimedio, una droga, un veleno.
Aveva, cioè, un significato variabile, polivalente: era l’utilizzo che si faceva della sostanza indicata come pharmakos a determinare il significato della parola.
Oggi quest’ambivalenza è andata persa, nella nostra lingua abbiamo parole precise per indicare ogni cosa con esattezza: se vogliamo dire che qualcosa è nocivo, lo chiamiamo veleno; se vogliamo intendere che una sostanza altera lo stato percettivo, la chiamiamo droga e, infine, chiamiamo farmaco una sostanza che, per luogo comune[i], è considerata benefica.
Ancora di più, consideriamo farmaco – o pharmakos – prettamente i medicinali e, se mai capitasse, non riusciremmo a considerare un integratore come un farmaco. Questo perché, ovviamente, nella nostra epoca non lo è, né può esserlo.
Ancora di più, anche volendo, non possiamo considerare un integratore come un farmaco perché, ad impedircelo, ci sono più di cento anni di evoluzione medico-scientifica e il luogo comune lessicale che identifica il farmaco con le sostanze assumibili tramite prescrizione medica, o comunque volte a migliorare in modo attivo e su basi scientifiche la salute di un individuo.

Però, a volte, è bello anche giocare con le parole, andare a prendere il loro significato antico e trasportarle nella modernità.
Pharmakos.
Per gli antichi intendeva qualcosa che poteva fare sia bene, che male; qualcosa che poteva allungare la vita o uccidere. Asclepio, ad esempio, grazie a Perseo aveva estratto dai lati del collo di Medusa due sostanze, e con una dava la vita, con l’altra la morte. Entrambe erano pharmakos, ma solo una lo era nel modo in cui la intenderemmo noi.
Per noi è inconcepibile che un farmaco possa dare la morte e, se capita, vuol dire che quel farmaco non funziona.
Avanziamo ancora di più nel gioco di parole e, giunti a questo punto, facciamo una chiara e netta distinzione: da un lato il pharmakos inteso come lo intendevano i Greci, dall’altro il farmaco inteso come lo intendiamo noi.
Ora, definire la seconda parola è compito ben facile: farmaco è ogni sostanza aiuti l’uomo a guarire dalle malattie, mantenersi in salute, sostanzialmente vivere.
E, invece, nei giorni nostri cosa può essere pharmakos? Cosa può essere sia droga, che veleno, che medicina? Cosa c’è, nella nostra quotidianità, di cui non riusciamo a fare a meno, anche se alle volte non ci porta propriamente dei benefici?
Il già citato integratore, ad esempio, può in parte rientrare in questa categoria: non è considerabile come farmaco, ma viene utilizzato per ricevere leggeri benefici durante, ad esempio, l’attività sportiva.
Pharmakos, probabilmente, può essere anche la cosmesi, che non migliora in modo attivo la vita influendo sulla salute, ma lo fa in modo indiretto agendo sulla percezione del sé, su come si viene guardati dagli altri, su come ci si sente in relazione agli altri.
Il caffè, anche, può essere considerato come pharmakos, e forse lo è in misura maggiore rispetto a cosmesi e integratori. Infatti è una sostanza che, in piccole quantità, procura piacere, ma se assunta in dosi elevati può portare degli inconvenienti.
Quello che caratterizza il pharmakos è la doppia faccia, il doppio utilizzo. La possibilità, da benefico, di divenire nocivo.
Probabilmente ciò che più veste questo concetto ambivalente, in natura, è l’amore. Una delle possibili interpretazioni etimologiche dell’origine di questa parola è a-mors, dove a- funge da alfa privativo[ii] e Mors è il sostantivo latino di Morte. Il significato, quindi, diventa senza morte, o in assenza di morte, come ad indicare che esiste l’amore quando cessa ogni consapevolezza di quella che è la temporalità e la caducità umana.
In questo modo amore diviene qualcosa di superbamente benefico, un rimedio tanto potente da scacciare persino la paura della morte. Però, e non solo la vita, ma anche la letteratura ne è piena, questa potenza benefica può trasformarsi nell’opposto, può divenire dolore distruttivo. Questa assenza di morte, in pratica, può rivelarsi una pericolosa morte quotidiana, seguendo l’adagio popolare che insegna a rispettare le cose incredibilmente benefiche, perché potrebbero rivelarsi incommensurabilmente nocive.
Per fare un gioco di parole: una volta guadagnata l’assenza di morte, in assenza dell’assenza di morte si muore un pochino tutti i giorni.

Per concludere, sappiamo tutti cosa sia un farmaco, a cosa serva e perché lo si prenda. Forse, però, ci eravamo dimenticati il concetto di pharmakos, dimenticandoci che, affinché il corpo stia bene, deve stare bene lo spirito e che non tutto è decifrabile e definibile, non tutto ha una e una sola funzione.
Che ci sono cose benefiche che possono divenire nocive, e cose nocive che, se assunte a piccole dosi, provocano piacere senza rovinare il corpo.

Sperando d’avervi allietato e piacevolmente intrattenuto,
vi porgo i miei più sinceri saluti.

Vostro,

Andrea
Farmacia33®





[i]Luogo comune è un’opinione condivisa, secolarizzata, tramandata nel tempo che viene sempre considerata vera, valida. I proverbi, ad esempio, sono un luogo comune tipico.

[ii] Alfa privativo è un prefisso inversivo, cioè una “a” che, posta ad inizio parola, inverte il significato della stessa. A-morale, ad esempio, indica un’assenza di morale.